Le origini

È un caldo settembre del 1992 e Paolo si reca all’Istituto Europeo di Design di Roma a Largo Benedetto Marcello per prendere informazioni sui corsi per conto di sua cugina. Entra cercando di riconoscere quel posto dove aveva concluso gli studi un lustro addietro, completando il corso di Grafica che aveva iniziato nella sede di Via dei Fori Imperiali. In segreteria riconosce Riccardo Tretene che, dopo avergli dato tutto il materiale informativo, chiede a Paolo se è interessato a insegnare Illustrator ai dipartimenti di Grafica, Computergrafica e Illustrazione. Mentre Paolo guarda Riccardo negli occhi un pensiero lo avvisa che lui “odia” Illustrator e che a stento riesce a tracciarci qualche linea. Aveva comprato il suo primo Mac l’anno precedente, e stava ancora pagando le 24 rate di un investimento esagerato, anche convertendo quelle lire nell’euro di oggi. Ma, si sa, il nostro ama le sfide e, sorridendo entusiasta, risponde all’ignaro Riccardo: “Certamente! Quando partono i corsi?”. Ecco, questo è l’incipit. Senza questo fortuito incontro e senza questa temeraria risposta di Paolo non ci sarebbe stata Uhuru. Per chi ama conoscere gli sviluppi si rende noto che Paolo dovette fotocopiarsi le centinaia di pagine del manuale di Illustrator e studiarsele passo passo, giorno e notte, per le due settimane che gli vennero concesse prima dell’inizio delle lezioni, fino ad arrivare a padroneggiare in toto lo strumento.

Erano passati solo un paio d’anni quando Paolo aiutò i suoi amici all’università ad occupare le aule di Lettere o quando tenne dei seminari sulla grafica ad Architettura, erano i giorni del movimento studentesco della Pantera. Dall’alto dei suoi 28 anni si sentiva ancora un ragazzo e quando entrava allo IED faceva fatica a sentirsi un “professore”, vedeva gli altri docenti over 40, over 50, over 60… lui si riconosceva nei ragazzi, nella vivacità e curiosità di quei sguardi.

Prima di far mettere le mani su Illustrator, Paolo era convinto che gli allievi dovessero capire come era fatto e come funzionava un computer, dalle componenti hardware, fino al sistema operativo. Solo la conoscenza approfondita dello strumento poteva aprire le porte ad un uso consapevole e corretto del software, potendone sfruttare appieno le potenzialità.

In quegli anni quasi nessuno aveva mai visto né usato un computer, per alcuni c’era un rifiuto e una chiusura totale, per altri c’era una grande curiosità e voglia di imparare e sperimentare. Il mestiere del grafico stava cambiando.

Flavia Brandi (a destra) insieme alla sua amica e compagna di classe dello IED Nadia Caputo

Il secondo step fondamentale per la nascita di Uhuru avvenne quando in una classe di Grafica i ragazzi realizzarono il primo elaborato utilizzando Illustrator. Paolo mano a mano si recava banco per banco dai singoli studenti e si faceva mostrare l’elaborato a video e lo commentava, spiegava meglio alcune cose, dava suggerimenti. Quando fu il turno di questa giovanissima ragazza di Ischia Paolo si aspettava quello che finora aveva visto, un approccio tipico al programma di chi è ai primi passi, qualche cerchio, rettangolo, qualche sovrapposizione, qualche raccordo, alcune scritte, insomma i primi goffi tentativi geometrici di uno studente davanti alla complessità di un software di grafica vettoriale. La ragazza fece doppio-clic sul file e la clessidra del Mac si mise a girare, a girare, a girare… passava del tempo e Paolo era preoccupato perché i file di Illustrator in genere si aprono immediatamente e non si spiegava cosa stesse succedendo. Il file si aprì e iniziò lentamente a colorarsi, colori su colori, linee, colori, curve, gialli, rossi, azzurri, mano a mano tutto si sovrapponeva, passò ancora del tempo prima che finalmente l’elaborato si compose definitivamente. Paolo non aveva mai visto nulla del genere, quello che aveva davanti a sé era un’opera che questa giovane ragazza aveva dedicato a Mario Schifano. Sembrava un quadro di Schifano, dipinto ad olio o a tempera… e invece era fatto con Illustrator. Paolo guardò quella ragazza, il cui nome era Flavia, e riconobbe il calore e la luce di quei colori nei suoi occhi e nel suo sorriso. Le disse che era stupendo e reputò, ovviamente, quel lavoro il migliore della classe. Dentro di sé fu colpito profondamente, pensò che una persona così fosse al di sopra dei comuni mortali, pensò che fosse un vero genio e che avrebbe potuto raggiungere qualunque risultato.